Coronavirus. Per ripartire occorre rimodellare.
Ripartire, ma non come prima!
Finita l’emergenza arriverà il momento di ripartire davvero. Non potremo far finta di nulla, perché se una cosa l’abbiamo capita è che i progetti sospesi, i piani slittati, gli eventi cancellati non potranno essere quelli di prima. La comunicazione stessa dovrà tenere conto dell’impatto che il Coronavirus avrà avuto sulle nostre vite e sulla nostra economia. Una pandemia, che sta facendo saltare gli equilibri tanto nella nostra quotidianità, quanto a livello globale, scoprendo nervi tesi e fragilità di modelli di sviluppo non più sostenibili.
Le grandi potenze cosa faranno?
La Cina, che porterà il peso di aver chiuso il circuito che ha innescato questa bomba, non potrà più rinviare i conti col proprio modello di sviluppo economico. Uno sviluppo tanto veloce ed enorme al quale è arrivato il momento di corrispondere:
- regole igienico sanitarie più attente
- adeguate misure di prevenzione
- maggiori tutele per i lavoratori
Aggiungo un’ulteriore provocazione che meriterebbe di essere approfondita da chi più esperto di me sul tema: un dialogo più efficace e tempestivo con gli altri paesi nelle sedi di governance globale.
Dall’altra parte del planisfero gli Stati Uniti non potranno continuare ad ignorare i sintomi di un pianeta stanco e malato, per paura di danneggiare la propria economia: abbiamo assistito il presidente Trump minimizzare l’emergenza. Non voglio credere che gli Stati Uniti d’America, che hanno guidato per decenni lo sviluppo economico mondiale e sono tutt’oggi leader in diversi settori, debbano temere di raccogliere la sfida di una crescita sostenibile.
Troppo spesso sui tavoli di governance globale abbiamo assistito alla reticenza da parte dei due colossi a trovare accordi quando l’interesse nazionale, deve passare in secondo piano rispetto all’interesse globale.
Europa e Italia: idee e storia non bastano
Poi c’è l’Europa, quell’idea che è rimasta tale e che svanirà se non capiamo che una vera unione non può essere a traino finanziario. La sola condivisione di convenienze non serve, in particolare se i cittadini chiedono più protezione ed incisività sulle proprie vite. Mentre per i non “addetti ai lavori” l’impressione che rimane è che l’Europa sia presente solo nel fissare nuove regole, che spesso si traducono in mere complicazioni. Questo è purtroppo un sentimento che più volte riaffiora e viene strumentalizzato dal fronte antieuropeista. Per dar sostanza al progetto di Unione Europea dopo gli accordi sul mercato europeo, dopo Schengen, dopo la moneta unica, dopo le politiche di sviluppo, c’è una posizione consolidata negli anni che pone come priorità la costituzione di un’unica “forma di difesa”: un esercito europeo. Sbagliato! Almeno a mio parere, quello che l’Europa oggi più che mai deve concretizzare sono misure di welfare comunitario a partire da:
- Politiche attive del lavoro
- Forme di sussidio al reddito
- Sostegno alla natalità
- Sistema pensionistico
- Politiche sanitarie
e su molte di queste voci l’Italia può portare un contributo qualificante. Quale migliore “forma di difesa” di questa?
Prima però dobbiamo affrontare i nostri problemi, non di equilibrio finanziario ma di un paradigma sbagliato, che sembra essersi consolidato: l’Italia deve smetterla di affrontare i problemi solo quando questi diventano emergenza. Inoltre noi italiani dovremo renderci conto che non possiamo rispettare le regole solo e sempre quando a rischiare siamo noi personalmente o i nostri cari. Finita questa emergenza avremo imparato ad avere più rispetto delle competenze e fiducia nelle Istituzioni? A leggere le mie bacheche e chat sui social, mi sono reso conto in questi giorni più che in altri, che siamo troppo bravi a scaricare le responsabilità e soprattutto cerchiamo spesso di delegare la soluzione di un problema complesso ad un potere più forte. Siamo perennemente orfani di qualcosa che si assuma le responsabilità per tutti, che questo sia un “leader forte”, un “commissario speciale” o un “esercito onnipresente”.
Per fortuna c’è anche la parte migliore che emerge in queste situazioni, quella che non perde la speranza, che si dedica alla solidarietà e che con quella creatività che ci contraddistingue tira fuori l’aspetto più geniale: le dirette online, la condivisione dei saperi e del patrimonio, la musica alla finestra. Tutti ad applaudire la dedizione della protezione civile, l’organizzazione dei nostri ospedali ed il grande cuore del personale ospedaliero che interpreta come una missione il proprio lavoro. Dobbiamo aspettare sempre l’emergenza per renderci conto di quanto siamo grandi? Dobbiamo andare oltre i singoli egoismi, sentendoci ogni giorno parte di questo sistema Paese.
Rimodellare una nuova comunità globale
Forse è ancora presto per capire come tutto questo ci cambierà, quello che stiamo però intuendo è che ripartire non basterà: occorrerà rimodellare.
Intanto mentre giravano video aberranti sui mercati cinesi e sciocche stigmatizzazioni, una delle migliori lezioni di solidarietà della Cina, che dimostra di essere non solo potenza economica, ma anche culturale. Dalla Cina sono arrivati medici e strumenti concreti a supporto del nostro paese per affrontare l’epidemia con le parole e l’atteggiamento giusti:
Siamo onde dello stesso mare,
foglie dello stesso albero,
fiori dello stesso giardino.
cit. Seneca
È proprio così, se non ce ne fossimo ancora accorti, il coronavirus ci ha dimostrato quanto siamo meravigliosamente e irrimediabilmente connessi.